ODILI DONALD ODITA

Odili Donald Odita is born in Enugu, in Nigeria. He lives and works in Philadelphia, in the United States.

Odita is an abstract painter whose work explores colour both in the historical context of figurative art and in its socio-political aspects. Odita has said, “Color itself has the possibility of mirroring the complexity of the world, in as much as it has the potential for being distinct. The organization and patterning in the paintings are of my own design.  In the paintings I continue to explore a metaphoric ability to address the human condition through pattern, structure and design, as well as explore it for its possibility to trigger memory.Odita has also expressed his desire to speak out, in his work, for Africa and its rich culture.

In recent years, Odita has been commissioned to paint a number of large-format wall installations, including the mural at The United States Mission at the United Nations in New York (2011), at the Savannah College of Art and Design (2012), New York Presbyterian Hospital (2012), New Orleans Museum of Art, Kiasma, Helsinki (2011) and George C. Young, U.S. Courthouse and Federal Building in Orlando, Florida (2013).

Odita has exhibited in museums and institutions worldwide including the Savannah College of Art and Design; Yerba Buena Center for the Arts, San Francisco; Contemporary Arts Museum, Houston; Studio Museum in Harlem; Institute of Contemporary Art, Philadelphia; Ulrich Museum of Art, Wichita; and Princeton University.

His works are present in public and private collection, amongst which The American Council on Education, Washington; The Birmingham Museum of Art, Alabama; The Hirshorn Museum and Sculpture Garden, Washington; The Miami Art Museum, Florida; The Philadelphia Museum of Art; The Nasher Museum of Art at Duke University; and The Studio Museum of Harlem, New York.

His most recent solo shows include: Evolving Geometries: Line, Form, and Color, Center for the Arts at Virginia Tech, Blacksburg, United States, 2014; Third Degree of Separation, Michael Stevenson Gallery, Cape Town, South Africa, 2015; and The Velocity of Change, Jack Shainman Gallery, New York, 2015.

He received the Penny McCall Foundation Grant in 1994, the Joan Mitchell Foundation grant in 2001 and the Louis Comfort Tiffany Grant in 2007. Also in 2007, his large installation Give Me Shelter was presented in the exhibition Think with the senses, Feel with the mind: Art in the Present Tense, curated by Robert Storr, at the 52nd Venice Biennale.

Exhibitions

M77 Gallery presenta la mostra The Differend, personale del pittore Odili Donald Odita. Nato a Enugo, in Nigeria, Odita vive e lavora negli Stati Uniti, tra Philadelphia e New York. Il suo lavoro si rifà alle esperienze degli astrattisti afroamericani degli anni Settanta e Ottanta ed esplora le dimensioni del colore come portato della storia dell’arte figurativa e del paesaggio ma anche secondo un ideale senso di lettura sociopolitica. La mostra presenta una selezione di opere appositamente realizzate per l’esposizione. Tra queste, anche un lavoro site-specific: un grande wall-painting, per i quali Odita è particolarmente conosciuto e apprezzato, che ha investito interamente una delle pareti della M77 Gallery. La mostra prende il titolo dall’omonimo libro, pubblicato nel 1988, del filosofo Jean-Francois Lyotard (1924-1998): “differend” (dissidio, disaccordo) è un termine di origine francese che designa il momento in cui il linguaggio diventa insufficiente alla comunicazione. Il significato di una frase, secondo Lyotard, non può essere stabilito sulla base dei fatti cui si riferisce: la realtà è un complesso di possibili significati, collegati alla realtà stessa attraverso le parole. Ne consegue che il linguaggio è insufficiente a descrivere e comprendere il mondo e il vero significato di ogni frase rimarrà sempre indeterminato. Un relativismo che Odita mutua dal linguaggio verbale a quello pittorico, attribuendo ai colori la stessa molteplicità di significati che Lyotard assegnava alle parole. Odili Donald Odita utilizza il colore come metafora dei codici culturali: le tonalità da lui create mirano a far risuonare echi familiari nello spettatore, favorendo le associazioni mentali e facendosi specchio della complessità del mondo. Odita infatti porta con sé una doppia eredità, occidentale e africana, che combina sapientemente nella sua ricerca estetica, per valicare nuove frontiere inesplorate. Abbandonando la necessità di un centro gerarchico nell’immagine, Odita invita l’osservatore a muoversi, mutando punto di vista: in questo modo si aprono prospettive multiple e cangianti che donano plasticità e tridimensionalità al dipinto. Odita struttura l’immagine dall’interno, creando geometrie a incastro dalle tinte contrastanti. Sono campiture piatte, spicchi di colori che si scheggiano e si espandono, ripetendosi e variando la loro forma secondo ritmi pulsanti. Dice l’artista: “I colori che uso sono personali: riflettono la collezione di visioni che riporto dai miei viaggi. Provare a ottenere i colori in modo intuitivo, miscelandoli manualmente e coordinandoli man mano, è uno degli aspetti che caratterizzano il mio processo di lavoro: non posso creare lo stesso colore due volte, ma solo realizzare colori che “sembrano” gli stessi. Questo aspetto è importante per me, in quanto sottolinea la specificità delle differenze che esistono nel mondo, nelle persone come nelle cose”. Un mondo di differenze che, attraverso l’arte, può tornare a essere uno: la bellezza, per Odili Odita, è ciò che rende consapevoli e avvicina all’idea di un’unica umanità.

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